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Aldo Moro, un anniversario sotto tono

Marzo 16, 20250

Ci ho fatto caso già ieri, e oggi ho avuto la conferma. Quel 16 marzo è stato quasi dimenticato. Quel giorno di 47 anni fa un commando delle Brigate Rosse – qualcuno ancora le definiva “sedicenti” – sequestrò Aldo Moro, all’epoca presidente della Democrazia Cristiana, e fece strage della sua scorta. Sarà stato perché gravano sul presente momenti difficili, o forse solo perché non è un anniversario “tondo”, ma mi ha un po’ stupito che la stampa, in generale, non se ne sia occupata. Forse i giornali se ne ricorderanno meglio il 9 maggio, il giorno in cui il suo cadavere fu trovato, dentro una Renault 4 rossa, in via Caetani, a due passi dalla sede del PCI in via delle Botteghe Oscure. Il mondo è cambiato, l’Italia è cambiata. La DC non esiste più. Il PCI neppure. Nel palazzo che per decenni ha ospitato Palmiro Togliatti oggi c’è il lussuoso Radisson Hotel.

Siccome il mancato ricordo mi ha colpito, mi è tornato in mente quel 16 marzo. Un giorno che ricordo bene. Forse proprio quel giorno mi sono convinto che avrei fatto il giornalista. L’agguato delle Brigate Rosse avvenne a via Fani poco dopo le 9 del mattino. Io abitavo in via Lucilio, in zona Belsito, a due passi da Monte Mario. Era la casa dei miei genitori, dove abitavano dal 1950, appena sposati. Via Lucilio e via Fani distano più o meno cinquecento metri. Ero a casa, quella mattina. Avevo appena aperto il tomo di Diritto Amministrativo, quando sentii le prime sirene. Una, due, tre, un’infinità. Sirene della polizia e dei carabinieri, e delle prime ambulanze. Sfrecciavano su viale Medaglie d’Oro e su via Trionfale. Non poteva essere solo un incidente. Era successo qualcosa.

Tutti ricordano che alle 10 il Tg1 – conduttore Bruno Vespa  apri’ un’edizione straordinaria. Tutti ricordano anche Paolo Frajese inviato sul posto. Ma io non avevo acceso la televisione. Erano ancora il tempo in cui si diceva “l’ha detto la radio”. Per me la radio era il GR2. E sul GR2 ero sintonizzato. Al microfono, per una diretta interminabile, la voce di Cesare Palandri. Tanti anni dopo, quando mi trovai a lavorare con Cesare, sempre al GR2, glielo dissi che mi aveva incollato alla radio.

Non ho mai conosciuto Aldo Moro. Ne avrei avuto l’opportunità. Era professore ordinario di Istituzioni di diritto e procedura penale nella Facoltà di Scienze Politiche della Sapienza, dunque avrei potuto seguire il suo corso. Ma in quell’epoca postsessantottina si poteva scegliere con grande – troppa –  libertà quali materie studiare. Quelle fondamentali, ineliminabili piano di studio, erano poche. La sua non lo era, e tranquillamente la scansai. Avevo scelto l’“inutile” Scienze Politiche, non Giurisprudenza. Geografia politica ed economica, Storia economica, Storia del giornalismo, Storia dei partiti e dei movimenti politici, Filosofia politica, per dirne qualcuna, erano più nelle mie corde. Ma in realtà la mia scelta dipese anche da un pregiudizio politico. Giovane studente “di destra”, nel tempo in cui – essendolo – era difficile anche frequentare le aule universitarie, per me Moro era un “avversario”. E tale era considerato nella mia famiglia radicalmente democristiana-andreottiana. I seguaci di Giuseppe Dossetti e Giorgio La Pira erano visti come il fumo degli occhi.

Per quanto ondivago nelle corretti democristiane, Moro non l’ho mai stimato. Era anche difficile capire dove volesse portare l’elettorato italiano moderato e cattolico in piena guerra fredda. Temevo che non fosse chiaro neppure a lui. Allora, tra gli ex “professorini”, era meglio Fanfani. D’altra parte Moro attraversò con difficoltà quegli anni, che furono veramente di piombo. Il centrosinistra si era sepolto, i due shock petroliferi furono pesantissimi. Solo con l’incoscienza dei giovani si potevano sopportare, senza capire l’ansia dei genitori. Il terrorismo neppure da giovani. A posteriori, conosciuto il “lodo Moro” che consentì ai terroristi palestinesi di muoversi tranquillamente in Italia, l’ho stimato ancora meno.

Furono mesi folli, direi, ricordando la seduta spiritica con la quale Romano Prodi sperò di individuare dove fosse Moro. Non fu trovato. Riemerse solo cadavere, il 9 maggio, accasciato in quella Renault rossa. Agghiaccianti le immagini televisive raccolte per la tv privata GBR da Franco Alfano con il suo operatore. Arrivò per primo. La Rai molto dopo. Un grande cronista Franco, caro e indimenticabile amico.

Certo mai mi sarei augurato il rapimento brigatista di Moro, tanto meno il suo assassinio. Ma non mi piacquero le sue lettere dal carcere. Uno stillicidio. Da uno statista – perché questo certamente è stato – non me l’aspettavo. Alcune le pubblicò Mino Pecorelli sul suo neonato settimanale OP. Osservatore Politico. Chiunque gliele avesse “fornite” – probabilmente ambienti dei “servizi” – era bravo, molto bravo. In fondo ai giornalisti servono le fonti. E lui sapeva trovarle. Nel caso Moro sostenne la trattativa, isolato, anche politicamente. Lui, già giovanissimo partigiano bianco, democristiano, fu trattativista come Craxi. Ma Moro finì “giustiziato”. Poco dopo entrai nella redazione di OP.

Pecorelli mi ha insegnato molto in quel piccolo ma coraggioso battello disprezzato dal giornalismo romano. Non potrò mai dimenticare di averlo salutato l’ultimo volta uscendo dalla redazione di via Tacito, intorno alle 18. “Buona sera direttore”. “A domani Rossi”. Un domani che non c’è mai stato. Un paio d’ore dopo fu “giustiziato” anche lui, il 29 marzo 1979. I futuristi degli anni Venti erano sicuri che un giorno sarebbero nati i telefoni senza fili. Ma quel giorno era ancora lontano. Dunque seppi dell’omicidio solo dopo essere tornato a casa, senza aver visto i telegiornali né ascoltato la radio. Bussarono alla porta i carabinieri. Non potrò mai dimenticare neppure quella notte, l’interminabile interrogatorio del sostituto procuratore Domenico Sica. Voleva sapere quel che non sapevo e mai ho saputo. Un omicidio senza esecutori e mandanti. Un mistero della Repubblica. Uno dei tanti nella nostra storia complessa quanto oscura.

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