Al di là del solito scandalo denunciato della solita maionese di politici, intellettuali, attori di sinistra, qualche sommesso interrogativo si è posto anche in area governativa sul perché Giorgia Meloni abbia scelto alla Camera di tirare in ballo il Manifesto di Ventotene. Perché, ci si è chiesti? Che bisogno c’era di utilizzare il Manifesto per chiarire che un’Europa federale come auspicata, nel 1941, da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi con la collaborazione di Eugenio Colorni, non é condivisa dall’attuale maggioranza politica? La bagarre che ne è seguita era scontata. Si può discutere se sia stato un azzardo, una provocazione, un modo per “buttarla in caciara”, come si dice a Roma, in una fase particolarmente delicata per la crisi ucraina, per le relazioni interne alla Ue, per quelle euroatlantiche, per il nuovo protagonismo extra Ue della Gran Bretagna. Sul piano interno è facile immaginare che il richiamo al Manifesto nella confusa piazza “europeista” romana “convocata” da un semplice giornalista come Michele Serra mentre le “sinistre” politiche si dividono a Bruxelles, sia stata considerato una facile occasione per sottolineare le divisioni dell’opposizioni su temi centrali, mascherando la scarsa compattezza – sugli stessi temi – nella maggioranza. In quest’ottica, il colpo di teatro si comprende perfettamente. Poi si gira pagina.
Ma, in fondo, perché girarla? Anzi, può essere l’occasione per riflettere su uno dei tanti miti della storia politica del dopoguerra. Meloni è stata criticata per aver “oltraggiato” quello che è considerato “testo sacro per l’Italia repubblicana e antifascista”. Quasi come la nostra Costituzione “più bella del mondo”, come viene definita colando retorica. Intoccabile, quasi fosse un totem, un Vangelo, una Bibbia, un Corano. In realtà, frutto di complesse mediazioni tra culture politiche diverse – democristiana, liberale, azionista, socialista, comunista – nei principi fondamentali fu un ottimo compromesso nel quadro della democrazia. Per il resto, è imperfetta come tante Costituzioni, ed è stata molte volte modificata, integrata. Resta ancora sospesa la discussione sui deboli poteri del governo. Il grande giurista Pietro Calamandrei avvertì che sarebbe stata migliore una forma di “premierato”, ma non fu ascoltato, e ancora se ne discute. È comprensibile che, uscendo da una dittatura, quella strada lasciasse perplessi. Eppure…
Il Manifesto di Ventotene non è la Costituzione. Ma anch’esso è considerato un totem. Anche se il Movimento Federalista Europeo che ne derivò, come soggetto politico, durò lo spazio di un mattino. Resta come proposta culturale, legittima quanto ininfluente. E il Manifesto è tutt’altro che il documento fondante della Comunità Europea, nata CECA nel 1951, e dei suoi sviluppi. L’Unione Europea attuale, con tutti i suoi difetti, si deve a Robert Schuman. Konrad Adenauer, Jean Monnet e Alcide De Gasperi. Se non ha una difesa e una politica estera comune si deve all’opposizione di Charles de Gaulle. Opposizione giusta o sbagliata? Il Manifesto sosteneva che, per una Federazione, fosse necessaria, ma in un contesto ben diverso da quello in cui nacque la Comunità. Nel presente, è normale che si torni a ragionarne. Vedremo. Certo è che, per molti versi, l’Unione Europea è percepita dai cittadini come una sovrastruttura condizionante, non premiante.
Il Manifesto, dunque. Innanzitutto andrebbe letto, invece di sbandierarlo come un testo religioso. In ogni caso, come ha giustamente avvertito un liberale come Pierluigi Battista, “un testo va giudicato per ciò che è scritto, non per “chi” l’ha scritto”. E anche, naturalmente, avendo chiaro il contesto storico in cui è stato scritto. A prescindere da fatto che Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni fossero antifascisti confinati nell’isola di Ventotene. E dal fatto che Spinelli sia stato comunista dal 1924, incarcerato, confinato, nel 1937 espulso dal Partito Comunista d’Italia perché antistalinista, che Rossi sia stato nazionalista, collaboratore del “Popolo d’Italia”, poi antifascista, azionista e infine radicale, che Colorni fosse socialista. L’Italia era una dittatura. Che si riconosca il loro impegno contro il regime è un atto dovuto. A maggior ragione per Colorni, ferito dalla famigerata banda Koch e morto il 30 maggio del 1944, nella Roma sotto occupazione nazista, a pochi giorni dall’arrivo degli Alleati. Onore agli antifascisti e ai martiri. Non per questo ciò che hanno scritto e corretto tra il 1941 e il 1944 sul futuro dell’Europa deve obbligatoriamente essere condiviso.
Nella versione definitiva il Manifesto si chiama in realtà Per un’Europa libera e unita. Progetto di un manifesto. Come era immaginata questa Europa libera e unita? Questo è il punto. A leggere bene il testo, non è difficile capire che quell’Europa doveva sì essere unita, i suoi Stati nazionali dovevano cedere il passo a uno Stato superiore internazionale, con qualche incertezza sul ruolo delle singole nazioni, in attesa di costruire un unico Stato mondiale. L’idea era di superare l’epoca del nazionalismo, del patriottismo, del totalitarismo e di creare una nuova epoca di stampo democratico e socialista. Democratica in teoria, comunque, non liberale. Per costruirla era necessario raggiungere il consenso dei popoli. Ma come? Conviene leggere l’essenziale.
“La caduta dei regimi totalitari – scrissero – significherà sentimentalmente per interi popoli l’avvento della «libertà»; sarà scomparso ogni freno, ed automaticamente regneranno amplissime libertà di parola e di associazione. Sarà il trionfo delle tendenze democratiche. Esse hanno innumerevoli sfumature, che vanno da un liberalismo molto conservatore fino al socialismo e all’anarchia. Credono nella «generazione spontanea» degli avvenimenti e delle istituzioni, nella bontà assoluta degli impulsi che vengono dal basso. Non vogliono forzare la mano alla «storia», al «popolo», al «proletariato» e come altro chiamano il loro Dio. Auspicano la fine delle dittature, immaginandola come la restituzione al popolo degli imprescrittibili diritti di autodeterminazione. Il coronamento dei loro sogni è un’assemblea costituente, eletta col più esteso suffragio e col più scrupoloso rispetto del diritto degli elettori, la quale decida che costituzione debba darsi”. Ma il popolo può essere “immaturo”. Quindi, “Se il popolo è immaturo, se ne darà una cattiva; ma correggerla si potrà solo mediante una costante opera di convinzione”. Per far “maturare” il popolo.
“I democratici – avvertano gli “europeisti” – non rifuggono per principio dalla violenza; ma la vogliono adoperare solo quando la maggioranza sia convinta della sua indispensabilità, cioè propriamente quando non è più altro che un pressoché superfluo puntino da mettere sull’«i», sono perciò dirigenti adatti solo nelle epoche di ordinaria amministrazione, in cui un popolo è nel suo complesso convinto della bontà delle istituzioni fondamentali, che debbono essere solo ritoccate in aspetti relativamente secondari. Nelle epoche rivoluzionarie, in cui le istituzioni non debbono già essere amministrate, ma create, la prassi democratica fallisce clamorosamente”. Perché, pur sconfitte le dittature, le nazioni non tornano all’ordinaria amministrazione. Dunque “La metodologia politica democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria”.
Niente democrazia, dunque. Si deve aprire una – transitoria? – fase rivoluzionaria. Una fase in cui i comunisti sono “più efficienti dei democratici; ma, tenendo essi distinte quanto più possono le classi operaie dalle altre forze rivoluzionarie — col predicare che la loro «vera» rivoluzione è ancora da venire — costituiscono, nei momenti decisivi, un elemento settario che indebolisce il tutto. Inoltre, la loro assoluta dipendenza dallo stato russo, che li ha ripetutamente adoperati per il perseguimento della sua politica nazionale, impedisce loro di svolgere alcuna politica con un minimo di continuità”. L’antistalinista Spinelli dunque non vuole i comunisti, in teoria. Ma “Un vero movimento rivoluzionario – scrive con Rossi – dovrà sorgere da coloro che han saputo criticare le vecchie impostazioni politiche; dovrà saper collaborare con le forze democratiche, con quelle comuniste, e in genere con quanti cooperino alla disgregazione del totalitarismo; ma senza lasciarsi irretire dalla prassi politica di nessuna di esse”.
Obiettivo difficile da perseguire. L’unico modo per superare le difficoltà immaginano sia “la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani”. Dunque, “La Federazione Europea è l’unica concepibile garanzia che i rapporti con i popoli asiatici e americani si possano svolgere su una base di pacifica cooperazione, in attesa di un più lontano avvenire, in cui diventi possibile l’unità politica dell’intero globo”. Sono convinti che “Con la propaganda e con l’azione, cercando di stabilire in tutti i modi accordi e legami fra i singoli movimenti che nei vari paesi si vanno certamente formando, occorre sin d’ora gettare le fondamenta di un movimento che sappia mobilitare tutte le forze per far nascere il nuovo organismo che sarà la creazione più grandiosa e più innovatrice sorta da secoli in Europa; per costituire un saldo stato federale, il quale disponga di una forza armata europea al posto degli eserciti nazionali; spezzi decisamente le autarchie economiche, spina dorsale dei regimi totalitari; abbia gli organi e i mezzi sufficienti per far eseguire nei singoli stati federali le sue deliberazioni dirette a mantenere un ordine comune, pur lasciando agli stati stessi l’autonomia che consenta una plastica articolazione e lo sviluppo di una vita politica secondo le peculiari caratteristiche dei vari popoli”. Quindi, contestualmente, dovranno esistere uno Superstato e i singoli Stati.
Si può definire tutto questo un sogno confuso? È legittimo. Come è legittimo considerare confuso questo passaggio: “La statizzazione generale dell’economia è stata la prima forma utopistica in cui le classi operaie si sono rappresentate la loro liberazione dal giogo capitalista; ma, una volta realizzata in pieno, non porta allo scopo sognato, bensì alla costituzione di un regime in cui tutta la popolazione è asservita alla ristretta classe dei burocrati gestori dell’economia”. In sostanza, abolire l’IRI fascista, disegnato da un economista di cultura socialista come Alberto Beneduce.
Niente statizzazione, dunque. Ma “La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio”. Dunque non esattamente un rifiuto della statizzazione dell’economia. Perché “Non si possono più lasciare ai privati le imprese che, svolgendo un’attività necessariamente monopolistica, sono in condizioni di sfruttare la massa dei consumatori; ad esempio le industrie elettriche, le imprese che si vogliono mantenere in vita per ragioni di interesse collettivo ma che, per reggersi, hanno bisogno di dazi protettivi, sussidi, ordinazioni di favore ecc.”. Il Manifesto afferma quindi che “È questo il campo in cui si dovrà procedere senz’altro a nazionalizzazioni su scala vastissima, senza alcun riguardo per i diritti acquisiti”. È il Manifesto delle contraddizioni. Che precisa: “Pensiamo cioè ad una riforma agraria che, passando la terra a chi la coltiva, aumenti enormemente il numero dei proprietari, e ad una riforma industriale che estenda la proprietà dei lavoratori nei settori non statizzati, con le gestioni cooperative, l’azionariato operaio ecc.”.
Non suoni provocatorio ricordare che il 14 novembre del 1943 la Carta di Verona della Repubblica Sociale Italiana sanciva: “La proprietà privata, frutto del lavoro e del risparmio individuale, integrazione della personalità umana, è garantita dallo Stato. Essa non deve però diventare disintegratrice della personalità fisica e morale di altri uomini, attraverso lo sfruttamento del lavoro. Equiparazione dell’interesse del singolo nell’economia nazionale a quello collettivo e quindi dello Stato. I pubblici servizi e le industrie belliche dovevano essere gestite dalla RSI. Collaborazione all’interno di ogni azienda tra azienda tecnici e operai per l’equa ripartizione degli utili, l’equa fissazione dei salari; partecipazione degli utili stessi anche da parte degli operai (la cosiddetta “ socializzazione dell’industria”). Nell’ agricoltura possibilità di espropriazione delle terre incolte a favore dei braccianti per diventare coltivatori diretti o a favore di aziende agricole cooperative parasindacali o parastatali”. Era il progetto ideologico di un fascismo morente, che per un futuro sognato si immaginava comunque come una dittatura. Può imbarazzare, ma qualche analogia si nota. In fondo Mussolini tornava al suo socialismo massimalista.
Ma torniamo al Manifesto di Ventotene. Consapevoli delle difficoltà Spinelli e Rossi avvertono che “Il partito rivoluzionario non può essere dilettantescamente improvvisato nel momento decisivo, ma deve sin da ora cominciare a formarsi almeno nel suo atteggiamento politico centrale, nei suoi quadri generali e nelle prime direttive d’azione”. Con quali forze? “Pur non trascurando nessuna occasione e nessun campo per seminare la sua parola, esso deve rivolgere la sua operosità in primissimo luogo a quegli ambienti che sono più importanti come centro di diffusione di idee e come centro di reclutamento di uomini combattivi; anzitutto verso i due gruppi sociali più sensibili nella situazione odierna, e decisivi in quella di domani; vale a dire la classe operaia e i ceti intellettuali. La prima è quella che meno si è sottomessa alla ferula totalitaria, e che sarà la più pronta a riorganizzare le proprie file.Gli intellettuali, particolarmente i più giovani, sono quelli che si sentono spiritualmente più soffocare e disgustare dal regnante dispotismo. Man mano altri ceti saranno inevitabilmente attratti nel movimento generale”. Dimenticano, gli autori, che gran parte dei giovani intellettuali dell’epoca costituivano la base della “sinistra fascista”. Scopriranno solo dopo la guerra che quelli intellettuali saranno accolti a braccia aperte dal Pci togliattiano e stalinista.
In ogni caso ci sono dei rischi, perché, se il movimento europeista sarà costituito “di soli intellettuali, sarà privo della forza di massa necessaria per travolgere le resistenze reazionarie, sarà diffidente e diffidato rispetto alla classe operaia”. Invece, “Se poggerà solo sul proletariato, sarà privo di quella chiarezza di pensiero che non può venire che dagli intellettuali, e che è necessaria per ben distinguere i nuovi compiti e le nuove vie: rimarrà prigioniero del vecchio classismo, vedrà nemici da per tutto, e sdrucciolerà sulla dottrinaria soluzione comunista”. Gli operai devono ancora “maturare”.
In sostanza, il proletariato deve essere solo una massa di manovra guidata dalla borghesia intellettuale. Comunista o socialista che sia, non si immagina una democrazia liberale, ma una sorta di governo dei “migliori”, o degli Ottimati. Il Manifesto, infatti, chiarisce che “Durante la crisi rivoluzionaria, spetta a questo movimento organizzare e dirigere le forze progressiste, utilizzando tutti quegli organi popolari che si formano spontaneamente come crogioli ardenti in cui vanno a mischiarsi le masse rivoluzionarie, non per emettere plebisciti, ma in attesa di essere guidate. Esso attinge la visione e la sicurezza di quel che va fatto non da una preventiva consacrazione da parte dell’ancora inesistente volontà popolare, ma dalla coscienza di rappresentare le esigenze profonde della società moderna. Dà in tal modo le prime direttive del nuovo ordine, la prima disciplina sociale alle informi masse. Attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo stato, e intorno ad esso la nuova vera democrazia”.
Si può essere perplessi? Combattendo una dittatura, immaginavano che se ne dovesse creare un’altra. Provvisoria? Qualche dubbio ce l’hanno. Ma assicurano che “Non è da temere che un tale regime rivoluzionario debba necessariamente sboccare in un rinnovato dispotismo. Vi sbocca se è venuto modellando un tipo di società servile. Ma se il partito rivoluzionario andrà creando con polso fermo, fin dai primissimi passi, le condizioni per una vita libera, in cui tutti i cittadini possano partecipare veramente alla vita dello stato, la sua evoluzione sarà, anche se attraverso eventuali secondarie crisi politiche, nel senso di una progressiva comprensione ed accettazione da parte di tutti del nuovo ordine, e perciò nel senso di una crescente possibilità di funzionamento, di istituzioni politiche libere”.
La storia dice altro. Tutte le dittature del Novecento hanno preteso di garantire ai cittadini la “vera libertà”, attraverso un “nuovo ordine”.
Quanto al superamento delle Stati nazioni, è bene ricordare la riflessione dello storico Ernesto Galli della Loggia. Era il 7 luglio del 2015, in piena crisi greca. In un editoriale pubblicato sul “Corriere della Sera” (Una Unione mediocre risveglia le Nazioni) Galli della Loggia spiegava che “un duplice fraintendimento […] ha accompagnato tutta la vita della costruzione europea e che costituisce il motivo conduttore di quel Manifesto di Ventotene che l’Unione continua inspiegabilmente a considerare come una sua pietra di fondazione”. “Il duplice fraintendimento è consistito e consiste: a) nel considerare ormai esaurita ogni funzione storica positiva dello Stato nazionale, e b) nel credere dunque che la semplice esistenza del suddetto Stato sia destinata a produrre inevitabilmente la patologia del nazionalismo”.
Ragionando di Unione Europea nel complesso contesto attuale, forse dovremmo smetterla di osannare utopie intrinsicamente illiberali, e riscoprire realismo e pragmatismo, senza la pretesa di indottrinare i popoli.Si tratta, piuttosto, di capirli.
2 comments
mario rossi
Marzo 30, 2025 at 3:02 pm
Il fascismo è una merda che puzza ancora molto, a quanto pare. E chi difende il fascismo, cercando di lavarsi la coscienza facendo l’amico degli israeliani, mandati nelle camere a gas dai fascisti, puzza tanto quanto il fascismo stesso, signor rossi.
Gianni Scipione Rossi
Marzo 30, 2025 at 3:48 pm
Vede signor Rossi, all’epoca del fascismo probabilmente sarei finito al confino. Mi dichiaro antifascista. Sono un liberale conservatore, contrario a dittature di qualunque colore. Poi so che qualunque dittatura riesce a fare “anche cose buone”, da Stalin a Mao, a Mussolini, forse persino a Pol Pot. Ma queste “cose buone” non cancellano l’orrore delle dittature. Certo non cancellano l’orrore dell’antisemitismo fascista e della collaborazione fascista nella Shoah. Quanto al Manifesto di Ventotene, lo legga bene, ci troverà il passaggio sul progetto di una “dittatura rivoluzionaria” guidata da un vertice di autodefiniti “migliori”. Tutti i dittatori si ritengono “migliori”. Sono contrario anche a quella suggerita da Spinelli e Rossi. Quanto a Israele, io, cattolico, non faccio l’amico, sono orgogliosamente difensore del suo diritto di esistere come Stato indipendente e sovrano. Da amico sono anche libero di criticarlo. Come sono libero di organizzare Giornate della Memoria, a prescindere da Israele. Peraltro sostengo la prospettiva dei due Stati. Lei può liberamente non concordare su quel che dico, ma ha sbagliato bersaglio. Non ho da lavarmi la coscienza su nulla.