Chissà se Trump finirà per stancarsi di un vicepresidente ciarliero come Vance. Magari per rivendicare solo a stesso il diritto di spararla grossa. E anche quello di ripensarci un quarto d’ora dopo. Per ora sembra essersi un po’ scocciato di Musk, il genio che licenzia interi apparati federali per riassumerli il giorno dopo. Vance, peraltro, non sa usare neppure le chat. E poi tocca al presidente smussare, condividere, metterci una pezza senza rinnegare il sottoposto più protagonista della storia americana. Vedremo.
Certo, ora sappiamo che Vance odia “dover salvare l’Europa parassita”. Lo pensa anche Trump, che probabilmente è consapevole di interpretare l’opinione di una quota non marginale del suo elettorato. Finché dura.
Riguarda l’Ucraina, ma anche il Medio Oriente. Con il paradosso di contraddirsi. Probabilmente preoccupando anche il premier israeliano Netanyahu, convinto di avere ottenuto carta bianca sul futuro della Striscia di Gaza, magari trasformata in una nuova Costa Smeralda. Nella chat sfuggita, Vance si chiede perché mai l’America dovrebbe continuare a contrastare gli attacchi dei ribelli Houthi yemeniti filo iraniani sul Canale di Suez. In fondo, dice Vance, è un questione solo europea, perché appena “il 3% del commercio statunitense passa attraverso Suez”. Mentre il 40% è europeo”. Dunque se la cavassero loro, i parassiti. Però, nel restante 57% c’è di tutto, compreso il traffico commerciale israeliano. Netanyahu farebbe bene a riflettere sulla solidità del supporto trumpiano. Da un giorno all’altro potrebbe svanire, perché troppo costoso. “Bibi” potrebbe rimanere orfano, in un momento molto delicato quanto mutevole.
Intendiamoci, la tregua faticosamente raggiunta è stata rotta da Hamas, che ha cessato di rilasciare gli ostaggi. Israele ha reagito e – qualunque cosa ne pensino in Vaticano – non poteva non farlo. L’opinione pubblica israeliana, pur molto critica di Netanyahu, non potrebbe mai accettare di rinunciare a riportare a casa le vittime ancora in vita del 7 ottobre. Proprio mentre a Gaza comincia a manifestarsi l’insofferenza della popolazione civile verso Hamas. I palestinesi della Striscia sembrano stanchi di essere anch’essi vittime dell’organizzazione terroristica che la “governa” dal 2006, quando Hamas sconfisse le forze della Autorità Nazionale Palestinese guidata da Fatah in una tremenda guerra civile. Il 14 agosto 2005 il governo israeliano guidato da Sharon aveva ordinato l’evacuazione delle colonie fondate negli anni precedenti.
Anche oggi i residenti del quartiere Shejaiya di Gaza city hanno animato una protesta contro il governo di Hamas. I dimostranti hanno bruciato pneumatici e gridato ‘Hamas fuori’, ‘stop guerra’. Ieri le proteste si erano manifestate nel campo profughi di Jabalia e a Khan Yunis. Sui social sì moltiplicano gli appelli a rovesciare il governo dell’organizzazione terroristica.
Ovviamente Hamas ha condannato condannato i manifestanti come traditori del popolo palestinese. Comunque qualcosa si muove. Stanchi sono gli israeliani, stanchi sono i palestinesi di Gaza. Una stanchezza che non poteva non essere percepita come positiva dalla ANP. “Le manifestazioni nella Striscia sono un grido dei residenti contro le politiche di Hamas”, ha commentato il consigliere del presidente dell’Autorità Abu Mazen, rilanciando come unica soluzione il ripristino del controllo sulla Striscia.
“Dobbiamo concentrarci – ha chiarito – sulla rimozione di Hamas dal potere. Suggerisco all’organizzazione di ascoltare il popolo palestinese a Gaza”. Una prospettiva che non può non essere gradita da Egitto, Arabia Saudita, Giordania e Quatar, peraltro non disponibili ad accogliere milioni di eventuali profughi dalla Striscia.
Chiunque abbia contatti con Israele sa perfettamente che il governo guidato da Netanyahu con il sostegno dei partiti espressione dei coloni e dei “messianici” non gode del consenso popolare. Si teme che per il premier, sbandierando il sostegno trumpiano, gli ostaggi non siano più una priorità. Lo stesso presidente israeliano Isaac Herzog si è detto “scioccato” constatando che la liberazione degli ostaggi sia passata in secondo piano. Il governo nega, ma il dubbi si diffondono. Il clima in Israele – secondo alcuni osservatori – sembra virare verso una guerra civile. Anche se la democrazia israeliana è dotata degli anticorpi necessari. Forse esagerano. Ma a Tel Aviv e a Gerusalemme si moltiplicano le proteste. L’equilibrio interno potrebbe crollare se fosse confermato che Netanyahu – come ha rivelato “Financial Times” – stia studiando un piano militare per riprendere dopo vent’anni il controllo e governare Gaza. Per ora esponenti governativi smentiscono, ma la preoccupazione cresce.
Se Netanyahu volesse realmente percorrere questa strada metterebbe seriamente a rischio non solo la sua leadership ma il futuro stesso del suo Paese. Sarebbe un errore storico che il popolo israeliano non merita e non potrebbe accettare. Non di soli coloni e messianici è fatto Israele. La grande maggioranza vuole vivere in pace e in sicurezza, non rincorrere il “sogno” della Grande Israele. Occupare militarmente la Striscia rafforzerebbe le organizzazioni terroristiche sostenute dall’Iran. La guerra ha indebolito Hamas e Hezbollah, ma non le ha distrutte. In quel contesto è molto facile reclutare nuovi adepti. Neppure il sostegno di Trump sarebbe più così certo. Ai suoi occhi anche Israele potrebbe diventare solo un fastidioso “parassita”.
Pubblicato anche su “The Social Post”:
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