A un italiano poco consapevole può sembrare curioso che l’art. 84 della Costituzione preveda che qualunque cittadino che goda dei diritti civili e politici possa essere eletto Presidente della Repubblica, ma solo se ha compiuto i cinquant’anni di età, mentre in Francia basta averne diciotto, come, per dire, in Croazia. È vero che siamo un Paese di anziani, per non dire di vecchi. Ma quando la Costituzione fu promulgata, il 27 dicembre 1947, non lo eravamo e l’aspettativa media di vita era, per gli uomini, intorno ai 63 anni, e oggi ha raggiunto, per fortuna, gli 83,4 anni. Non si può che esserne felici, anche se provoca qualche incertezza sulla tenuta del sistema pensionistico.
Tornando ai cinquant’anni per risiedere al Quirinale, si tratta dell’età più elevata negli Stati europei. Si varia tra i 35 e i 40. Ogni Paese sovrano fa come gli pare, naturalmente. In Francia, e non solo, è richiesta la cittadinanza, ma non dalla nascita. Negli Stati Uniti, invece, per candidarsi alla Casa Bianca bisogna avere 35 anni, essere statunitensi dalla nascita ed essere residente da almeno 14 anni consecutivi. Un cittadino naturalizzato può essere eletto Governatore, non presidente. L’“austriaco” Arnold Schwarzenegger, per esempio. Né in Italia né altrove è richiesto un titolo di studio. Questo per dire che le polemiche sui ministri “non laureati” lasciano il tempo che trovano.
Nell’Italia “giovane” del 1947 – evidentemente – si era convinti che per svolgere la funzione di Capo dello Stato fosse indispensabile non un “pezzo di carta”, ma la presunta “saggezza” di un anziano. Il saggio – da vocabolario – è infatti colui “che si nell’agire e nel parlare dimostra prudenza, comprensione, moderazione, conoscenza ed esperienza della vita”. La Costituzione italiana è stata modificata molte volte. Forse è il caso di farlo anche per l’età del Presidente della Repubblica. In questo senso appare veramente invecchiata, figlia di un altro tempo.
Dunque, per venire al tema di cui si discute, dopo la sentenza di primo grado che ha condannato Marine Le Pen a quattro anni di carcere (2 sospesi per la condizionale, 2 a domicilio) e alla ineleggibilità per cinque anni, il suo delfino 29enne Jordan Bardella, francese di nascita, di origine italo-marocchina, potrebbe tranquillamente candidarsi, nel 2027, alle presidenziali, alle quali Emmanuel Macron non potrà concorrere, essendo consentiti solo due mandati quinquennali. Fino al 1992 erano settennali. Il mandato fu ridotto a 5 anni per limitare il rischio di coabitazione tra presidenza e maggioranza parlamentare di opposto orientamento politico.
Difficile immaginare che in Francia, pur guidata da un governo che si regge sulla “non sfiducia” del Rassemblement National, qualcuno s’inventi in intervento giuridico di qualsiasi tipo per consentire alla Le Pen di candidarsi. La sua condanna è stata “sentenza politica” per impedirle di candidarsi? È naturalmente la sua tesi, sposata dai suo alleati europei, ma persino da Putin. Curiosa sortita dal Cremlino, visto che Le Pen ha sostenuto la posizione di Macron sulla crisi ucraina. Sembra, piuttosto, un bacio della morte. Dunque, tra due anni, potrebbe toccare a Bardella. Potrebbe, ma non è detto che l’allievo possa raccogliere i consensi della “maestra” contro eventuali gaullisti in ripresa. Anche se, in un primo sondaggio, Bardella – che intanto chiama i francesi alla piazza – risulta ampiamente in testa con il 35/36% delle preferenze al primo turno. Nel 2022 la Le Pen ottenne il 23,41%.
Con il trucco della “controfigura”, la non eleggibile Marine Le Pen potrebbe nel 2027 sostenere Bardella all’Eliseo, ed essere non eletta ma da lui nominata primo ministro. E se ne riparlerebbe cinque anni dopo. È immaginabile un escamotage del genere nella Francia della Rivoluzione? È immaginabile in uno dei paesi fondatori dell’Unione Europea? O è solo fantapolitica?
Probabilmente è fantapolitica. Ma in questo strano contesto storico internazionale di scontri bellici e non solo, la tentazione di trasformare le democrazie in autocrazie sembra circolare sotterraneamente, ovunque. Anche negli Stati Uniti sommersi da pur legittimi “ordine esecutivi” e ondeggianti tra isolazionismo e neoimperialismo. Negli ambienti vicini a Trump, che il presidente ne sia o meno consapevole, torna a circolare una tesi di qualche anno fa, e cioè che due mandati quadriennali presidenziali alla Casa Bianca non siano sufficienti per dare un nuovo volto politico e culturale all’America. Ci vuole più tempo. Non nel senso di mandati più lunghi, in verità. Ma in quello di non limitarsi al doppio mandato. Paradossalmente l’estrema destra repubblicana sembrerebbe far regredire la storia. In realtà la Costituzione degli Stati Uniti non aveva fissato un limite ai mandati. Fu il primo presidente, George Washington, a introdurre il limite, che divenne “consuetudine”. Qualcuno tentò di spingere Ulysses Grant e Theodore Roosevelt a violare la “tradizione”. Ma non ci riuscì.
A riuscirci fu il democratico Franklin Delano Roosevelt. Eletto nel 1932, nel pieno della Grande Depressione, leader del primo e del secondo New Deal, fu rieletto nel 1936 e nel 1940. La seconda guerra mondiale coinvolge gli Stati Uniti. E nel 1944 Roosevelt viene eletto per la quarta volta. Entra in carica e muore dopo appena 82 giorni, il 18 aprile 1945. Gli subentra il vice Harry Truman. A lui toccò chiudere la guerra con i bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki.
In teoria, non essendo stato presidente per due mandati completi, Truman avrebbe potuto riproporsi nel 1952, ma rinunciò. Era stato approvato il XXII emendamento, che fissò costituzionalmente il limite di due mandati. Il 20 gennaio 1953 si insediò il repubblicano Dwight D. Eisenhower. L’America ritornò al buon senso di George Washington. Se la tradizione non era bastata per frenare l’ambizione di essere inquilini della Casa Bianca senza limiti, era meglio metterlo per iscritto.
Naturalmente il XXII emendamento può essere modificato, ma è necessaria – dopo l’assenso di Camera dei Rappresentanti e Senato – la ratifica degli Stati federati. All’epoca ci vollero quasi 4 anni. Solo 2 respinsero l’emendamento e 5 si astennero. Dunque Trump – ammesso che ci stia ragionando – difficilmente seguirebbe questo percorso. L’alternativa della “controfigura” modello Putin – il vice Vance eletto presidente ma subito dimissionario, con l’82enne Trump vice subentrante – è immaginabile in America? Più probabile una nuova guerra di secessione. Altrettanto difficile che il modello Putin attecchisca nella Francia della rivoluzione e dei moti vandeani.